Angel Luis Galzerano
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Febbraio 2011
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MONDO IN CASA
CANTAUTORE,
chitarrista e compositore: così si definisce Angel Luis
Galzerano, di origini italiane,nato quarant’anni fa in
un quartiere operaio alla periferia di Montevideo. La
sua è una storia di andata e ritorno: originario di una
famiglia emigrata da un paesino del Salernitano alla
ricerca di una sorte migliore che si rivelerà un
miraggio, è diventato un immigrato scegliendo di
compiere il percorso a ritroso. Dall’Uruguay è tornato
nel nostro Paese provando a «mantenere lo sguardo
distante e vigile allo scopo di cogliere (e magari di
scrivere) ogni differenza tra la vita precedente e
successiva alla mia partenza». Lo racconta in
Di qui e d’altrove. Fotostoria di un’emigrazione,
edito da Compagnia delle Lettere (128 pagine, 10
euro).Solitamente si esprime con le note, componendo
colonne sonore per opere teatrali e documentari,
pubblicando raccolte e collaborando
con scuole e associazioni in progetti
interculturali.«Come cantautore metto in musica le
storie che
mi colpiscono; a volte non diventano canzoni e, senza
quasi accorgermene, si sono trasformate in racconti »,
spiega. Quello delle migrazioni è un tema che
caratterizza i suoi spettacoli: «Durante i concerti
parlo spesso degli italiani in Uruguay e Argentina,dei
miei parenti radicati a Campora, in provincia di
Salerno. L’oblìo porta via la storia di persone morte
lontane dal luogo che le vide nascere: scriverne è come
ridare alla loro memoria una nuova vita e dignità».
Lo sguardo di Galzerano si allarga dai suoi affetti fino
agli italiani, che «sono stati un popolo di emigranti,ma
pare se ne dimentichino quando gli emigranti di altri
Paesi arrivano qui». Avendo nel
su Dna lo
status
di immigrato, e di emigrante di seconda generazione, ha
incontrato nella sua esistenza pregiudizi: «In Uruguay
non mi sono mai sentito diverso dagli altri, anche se
vedevo la discriminazione nei confronti di mio padre:
non parlava bene lo spagnolo ed era “el
tano”,
l’italiano
della situazione; era preso in giro per la sua dizione
imperfetta». In Uruguay e Argentina la figura
dell’italiano e dello spagnolo (in arrivo dai Paesi con
il numero più alto di emigranti verso le due nazioni
latinoamericane) fa parte «del folklore, una specie di
caricatura - riferisce Angel -. Sono coloro che non
sanno bene la lingua, gesticolano troppo e sono un po’
ingenui:
proprio come vengono rappresentati nei telefilm
statunitensi, anche se meno legatial
cliché
del mafioso».
DALL’URUGUAY, NATO DA FAMIGLIA ITALIANA, ALLA
FRANCIACORTA: SEMPRE MIGRANTE
«La mia musica meticcia che parla di tante radici»
LAURA BADARACCHI
«In Uruguay gli italiani erano una caricatura, qui
incarno i luoghi comuni sui sudamericani»
(
Angel Luis Galzerano
STEREOTIPI CHE,
purtroppo, sembrano essersi globalizzati. «Qui ho
intercettato i luoghi comuni sull’America Latina: per
alcuni siamo
salsa,
merengue,calcio,
e qualche anno fa anche guerriglia,poca voglia di
lavorare...». Nello stigma sociale,immigrati stranieri
in Italia ed emigranti italiani all’estero appaiono due
facce della stessa medaglia,«con gli stessi problemi.
Cambiano i tratti somatici,il colore della pelle, ma
bisogni e sofferenze sono analoghi. Perché siamo tutti
impastati di dolore,passione, fragilità, necessità di
essere accolti spiritualmente e materialmente». Oggi
Galzerano vive in Franciacorta, tra Brescia e
l’estremità meridionale del Lago d’Iseo, dove si è
sentito talvolta additare come «terrone» e tuttavia si
percepisce integrato,anche se ammette di essere
«privilegiato,per il mestiere che faccio. In generale, i
migranti sono ancora braccia da lavoro ed emergenza da
gestire,a seconda se ci sono elezioni o meno in
vista...».Eppure semi d’integrazione crescono nelle
scuole:«Quando vado a fare incontri o laboratori sulla
musica
e la cultura latinoamericana, vedo i figli degli
immigrati accanto ai ragazzi italiani: per loro lo stare
insieme è la cosa più normale di questo mondo».La
stratificazione culturale, quindi, rappresenta per l
Galzerano, figlio di emigrati, una ricchezza da
condividere: «Provo l’orgoglio di sapere che in me
scorre sangue italiano; gli italiani sono parte di una
cultura millenaria ammirata e studiata in tutto il
MONDO IN CASA
L’esperienza
Il
cosiddetto «sciopero» degli immigrati, caratterizzato
nel 2010 dallo slogan «Un giorno senza di noi», diventa
un concorso letterario. In preparazione alla seconda
edizione della manifestazione,in programma il 1° marzo,
la casa editrice Compagnia delle Lettere ha invitato
scrittori e giornalisti,professionisti o dilettanti,
italiani e stranieri a inviare testi «sul concetto di
mixité e sulla necessità di andare oltre le parole che
dividono per trovarne altre, nuove, che uniscano». Una
selezione degli elaborati sarà pubblicata in un volume,
disponibile dalla vigilia del 1° marzo.Nata «con la
vocazione alla letteratura della migrazione», la casa
editrice dà spazio nel suo catalogo ad autori stranieri
trapiantati
ANGEL GALZERANO
RIJIWHIU
L’EDITORE CHE DÀ VOCEAI NUOVI ITALIANI
«Eppure, quando organizzo laboratori nelle scuole, nei
bimbi vedo semi di integrazione»
(
G
I
INDIONon meno di dieci etnie o popoli indigeni – nel caso del Cile – e a volte anche più di 60 – come nel Messico – vivono oggi in ogni paese dell'America Latina. A volte una stessa etnia abita in più di una nazione come i Quechua della Cordigliera delle Ande o i Maya in Centro America, dato che le loro aree di occupazione originali erano molto più ampie dei limiti geografici imposti dai paesi attuali.
I paesi con la percentuale più alta di indigeni rispetto alla propria popolazione, secondo dati dell'inizio di questa decada, sono la Bolivia con il 66%, Guatemala con il 39,5% e Panama con il 10%. In numeri assoluti invece, il Messico ha il primato con 7,6 milioni di indigeni, seguito dalla Bolivia con circa 5,5 milioni e il Guatemala con 4,5 milioni.
Secondo una delle teorie più accreditate, gli indigeni latinoamericani discendono da popoli cacciatori siberiani, che hanno attraversato lo stretto di Bering più di 10.000 anni fa. Una delle civilizzazioni più antiche scoperte in America Latina è quella di Caral, in Perù, le cui origini risalgono al 3000 a.C. Quando gli spagnoli arrivarono in America, i Maya, gli Aztechi e gli Incas, erano i popoli più importanti, ma ce ne erano molti altri.
Per quanto riguarda la situazione attuale, la Commissione Economica per America Latina (CEPAL) ha potuto costatare che, “ l'informazione su questi popoli, sebbene sia frammentata, mostra una maggiore presenza della povertà, un reddito inferiore, una minor alfabetizzazione, meno speranza di vita, maggior mortalità infantile e materna, così come un accesso minore ai servizi sanitari e all'acqua potabile”.
Tuttavia, essi sono gli abitanti originari di questa terra ...
C'è da sperare che il Bicentenario dell'Indipendenza dalla Spagna, che si celebra in questi anni in America Latina, aiuti alla riflessione a questo proposito.
Quelli indicati di seguito sono alcuni dei più importanti popoli indigeni dell’America Latina:
AYMARA:
vivono principalmente nella Cordigliera delle Ande, in
Bolivia, ma ci sono anche comunità nel nord del Cile e
dell'Argentina. Oggigiorno si parla di due milioni di
Aymara. Si tratta di un popolo che è stato conquistato
dagli Incas e che tra il 400 e il 1000 a.C. dominava un
impero che occupava sia il nord del Cile che
dell'Argentina, e la cui capitale era Tiahuanaco
(Bolivia).
QUECHUA (Inca): è sbagliato, secondo numerosi storici, parlare di popoli incas. L'Inca era il re, figlio del Sole, mentre il popolo era il Quechua. La lingua quechua, a sua volta, è una derivazione dell'aymara. L'impero Inca arrivò al massimo splendore nel XVI secolo, estendendosi dalla Colombia fino alla parte centrale del Cile e dell'Argentina, limitato però alle regioni circostanti la cordigliera delle Ande. La sua capitale era Cuzco (Perù). Attualmente il popolo quechua vive ancora nella Cordigliera delle Ande, principalmente in Bolivia, Perù e Ecuador, ma ci sono comunità anche in Cile e Argentina. Si parla di una cifra intorno ai dodici milioni di persone.
MAYA:
la cultura Maya si è sviluppata tra il 1500 a.C. fino al
900 d. C. e ha occupato l'attuale stato messicano dello
Yucatan, il Guatemala e in parte l'Honduras e il Belize.
Costituì uno dei popoli più importanti nell'epoca
precolombiana. La sua lingua e la sua scrittura erano
molto ricche. Scrissero testi di medicina, storia e
botanica. Svilupparono sia l'astronomia che la
matematica e elaborarono un proprio calendario. Quando
arrivarono gli spagnoli, molte città erano già state
abbandonate. Le piramidi ancora conservate in
luoghi come Chichén-Itzá e Palenque (Messico), Tikal
(Guatemala) e Copán (Honduras), erano luoghi sacri che
mostrano l'imponente architettura di cui erano capaci.
Si calcola che i loro discendenti sono, adesso, circa
sette milioni di persone, che vivono soprattutto nel
Chiapas (Messico) e nel Quiché (Guatemala). Rigoberta
Menchú, indigena maya del Guatemala, ha ricevuto il
Premio Nobel per la Pace nel 1992 per la difesa dei
diritti dei suoi fratelli nativi.(Foto: Chichen Itza)
AZTECA (Mexica):
provenienti da una città del nord del Messico, Aztlán, i
Mexica fondarono la loro capitale, Tenochtitlán,
all'inizio del XIV secolo, al centro di un lago. Secondo
la leggenda elessero questo luogo perché ricevettero un
segnale dagli Dei: un aquila e un serpente che lottavano
sopra un'opunzia. All'inizio del XVI secolo, quando
arrivarono gli spagnoli, gli Aztechi avevano costituito
un impero e la capitale aveva circa 250.000 abitanti.
Gli spagnoli provarono a distruggere la cultura azteca e
i propri riti, costruendo per esempio chiese sui loro
templi. Si conservano ancora codici e poesie, così come
numerose parole che oggi sono parte della lingua
spagnola, come chocolate (cioccolato) e tomate
(pomodoro). I discendenti diretti degli Aztechi vivono
attualmente in ampie zone del Messico, mantenendo viva
la lingua náhuatl, che parlano quasi due milioni di
persone.(Foto: calendario azteca)
MAPUCHE (Araucano):
nel XVI secolo, quando gli spagnoli arrivarono nelle
loro terre, i Mapuche (mapu= uomo, che=terra) abitavano
il sud del Cile e il sud-est dell'Argentina. La loro
autonomia è rimasta tale fino al XIX secolo quando
furono dominati con la forza dai governi del Cile e
dell'Argentina. Così furono costretti a lasciare le loro
terre ed a stabilirsi nelle zone aride della Cordigliera
delle Ande. Oggigiorno i Mapuche sono poco più di un
milione in entrambi i paesi. La loro cultura è
intimamente legata alla terra e si trasmette
principalmente per via orale. (Foto sinistra: donna e
bambino mapuche).
YANOMAMI: è
una delle comunità indigene isolate più numerosa
dell'America Latina. Vivono nella foresta amazzonica del
Brasile e del Venezuela. Sono nomadi, si muovono con una
certa frequenza e lo fanno sempre in comunità, alla
ricerca di terra fertile. Tra le loro tradizioni più
curiose ce n'è una simile al cannibalismo: mangiano le
ceneri dei loro morti per re-incorporarli alla comunità.
Si calcola che oggi la popolazione Yanomami arriva a
32.000 individui che occupano una zona estesa (più di 17
milioni di ettari dell'Amazzonia in entrambi i paesi). I
cercatori d'oro, che hanno già provocato alcune mattanze
di Yanomami, minacciano di continuo la loro
sopravvivenza, contaminando l'acqua dei fiumi con il
mercurio e trasmettendo malattie sconosciute dagli
indigeni.(Foto destra: bambini yanomami)
GUARANI: nome
dato dagli spagnoli a questa etnia per il grido che
usavano di frequente per affrontare i nemici : guará-ny
che significa “combattiamoli”. Originariamente erano
popoli provenienti dall'Amazzonia in cerca di nuove
terre. Occupano attualmente intere regioni del Paraguay,
l'est della Bolivia, il sud del Brasile (Mato Grosso) e
il nord-est dell'Argentina. La popolazione attuale si
stima consistere in due milioni di persone sebbene la
lingua sia parlata da 12 milioni. In Paraguay il guaranì
è la lingua ufficiale insieme al castigliano.(Foto
sinistra: uomo guarani)
GARIFUNA: la storia dei
Garifuna inizia prima del XVII secolo nell'isola
caraibica di St. Vincent. Lì viveva la tribù degli
Arahuaca,che sembra venisse dal nord dell’America del
Sud’.
Un
altro popolo, i Kalipuna, invase l'isola. Gli uomini
Arahuaca furono uccisi mentre le donne furono
risparmiate per essere prese come spose. I Garifuna, che
in lingua indigena significa “la gente che mangia
iucca”, furono chiamati dagli spagnoli “i caraibici
neri” perché unirono la loro etnia con le popolazioni
degli schiavi neri che erano portati in America
dall'Africa. Oggi i Garifuna vivono in circa 43 comunità
diffuse in Nicaragua, Honduras e Belize. In
Honduras si calcola che vivono circa 98.000 Garifuna.(Foto
destra: Garifuna)
TAINO: è un sottogruppo degli Arahuaca che, al momento dell’arrivo degli spagnoli, vivevano nelle attuali isole di Cuba, Haiti e Porto Rico. Popolo pacifico e di agricoltori, per i tessuti usava il cotone, che cresceva naturalmente. Attirarono l'attenzione dei conquistatori per che amavano aspirare il fumo che veniva prodotto da un rotolo di foglie che essi chiamavano “tabacco” e che posizionavano all’estremo di una piccola canna vuota. Nel Caraibi ancora si possono trovare gli eredi di questo popolo
CARIBE (Caraibi): furono un importante popolo precolombiano dell'America Precolombiana, non solo per l'elevato numero di tribù che lo componeva, ma per il suo marcato carattere espansionistico. Erano originari delle Antille. Si espansero sulle coste del nord della Colombia, Venezuela, Guyana, Brasile e apparentemente fino alle regioni andine. Le prime cronache li descrissero come un popolo aggressivo e praticante dell’antropofagia. I conquistatori chiamarono questa condotta: “caraibilismo”, finchè non si è evoluto in “cannibalismo”. Erano esperti naviganti e costruttori di canoe leggere. Se sono mescolati con tanti altri popoli della regione.
(Traduzione a cura di Mara Rosatelli)
18 FEBBRAIO 2010
Il musicista argentino Ariel Ramirez, compositore della celebre “Misa Criolla”, è morto a Buenos Aires all’età di 88 anni. La “Misa Criolla” è di gran lunga la sua composizione più conosciuta: è una messa per tenore, coro misto, percussioni, tastiera e strumenti andini. Splendida sintesi tra musica sacra, popolare e folklorica, la “Misa Criolla”, che è stata composta nel 1963, è unica nel suo genere: in essa i ritmi e la tradizione ispanoamericana si intrecciano con i temi della tradizionale messa religiosa. Il 1964 fu un anno particolarmente significativo nel percorso compositivo di Ramirez. Per Natale, infatti, venne rappresentata per la prima volta la “Misa Criolla”, avvenimento che diede inizio ad uno dei periodi più brillanti del suo lavoro creativo con la realizzazione di opere come “Navidad Nuestra“, “Los Caudillos”, “Mujeres Argentinas” e “Cantata Sudamericana“, tutte scritte con il poeta Felix Luna.
La carriera internazionale di Ramirez continuò ininterrottamente portando la sua arte negli altri paesi sudamericani come il Brasile, l’Ecuador, la Colombia, il Venezuela, il Messico e l’Uruguay. Nel 1967 intraprese il primo tour della “Misa Criolla” nel continente europeo: Mercedes Sosa, Chito Cevallos e Carlos Amaya fecero parte della delegazione che tenne recital in Germania, Olanda, Belgio e Svizzera. Il tour si concluse a Roma, con un’audizione alla Radio Vaticana ed un’udienza privata con il Papa Paolo VI a cui fu donato il disco della “Misa Criolla”.
MERCEDES Sosa, la "cantora popular" simbolo della lotta
contro la dittatura e per i diritti civili in Argentina, è
morta oggi all'età di 74 anni. Lo hanno reso noto fonti
della sua famiglia annunciando che la camera ardente per
rendere omaggio all'artista sarà allestita nel "Salone dei
Passi perduti" al Congresso argentino.
"Nella giornata di oggi, nella città di Buenos Aires,
comunichiamo che la signora Mercedes Sosa, la più grande
artista della musica popolare latinoamericana, ci ha
lasciato", si legge sulla homepage del
sito ufficiale
dedicato alla cantante. Mercedes Sosa era stata ricoverata
il mese scorso in un ospedale della capitale argentina a
causa di una disfunzione renale.
In 60 anni di carriera, si legge ancora, ha attraversato
diversi Paesi nel mondo, condiviso la scena con prestigiosi
artisti e lascia un'enorme eredità artistica. "Adios" si
legge in uno dei tantissimi messaggi lasciati sul sito, "Il
mondo non è giusto", "Negra querida, la tua voce ci seguirà
cantando".
Nata da una famiglia povera a San Miguel de Tucumán il 9
luglio del 1935, Haydé Mercedes Sosa inizia la sua carriera
artistica giovanissima, appassionandosi presto alla canzone
popolare. Arrivata al successo negli anni Sessanta, nel 1967
si esibisce in una lunga tournée che la porta negli Stati
Uniti, Russia ed Europa.
Nel 1971 pubblica "La voz de Mercedes Sosa" e "Homenaje a
Violeta Parra", in cui canta numerose canzoni della famosa
cantante cilena, fra cui la celeberrima "Gracias a la vida".
Nel 1972, nonostante gli attacchi dei militari, esce "Hasta
la victoria", un album con canzoni di chiaro contenuto
sociale e politico e "Cantata Sudamericana" con musica di
Ariel Ramírez e versi di Félix Luna.
Considerata uno dei simboli della resistenza
alla dittature del continente, dopo il golpe militare del
1976 la sua musica di denuncia inizia a essere invisa ai
militari: dapprima è vittima della censura, le impediscono
di pubblicare dischi, viene arrestata durante un concerto a
La Plata e infine, nel 1979, è costretta all'esilio a Parigi
e l'anno dopo a Madrid. Durante quel periodo dedica molti
brani alla sua patria e alla speranza di cambiamento e di
pace e democrazia per gli argentini, come "Todo cambia" e
"Solo le pido a Dios", che diventerà l'inno delle nuove
generazioni alla libertà riconquistata.
Torna in Argentina il 18 febbraio del 1982, alla vigilia
della caduta del regime, e si esibisce in una serie di
concerti a Buenos Aires che vengono registrati e pubblicati.
Il successo discografico e il documentario dal titolo "Como
un pájaro libre" coincidono con il ritorno della democrazia
nel suo Paese. Da allora non ha mai smesso di cantare,
esibirsi anche all'estero, arricchendo la sua discografia.
Nel suo vasto repertorio ha interpretato e collaborato con
poeti cileni quali Víctor Jara, Pablo Neruda, il cubano
Ignacio Villa e Atahualpa Yupanqui, considerato il più
importante esponente della musica folk argentina.
Il suo ultimo lavoro, uscito nei mesi scorsi, è "Cantora -
Un viaje intimo", un album doppio di duetti in cui Mercedes
è affiancata dai principali artisti del Sudamerica, fra cui
Shakira, Lila Downs, Gustavo Cerati, Marcela Morelo, Jorge
Drexler, Gustavo Santaolalla, Julieta Venegas, Caetano
Veloso e molti altri. Il cd è in corsa per i
Latin Grammy Awards,
i prestigiosi riconoscimenti della musica latinoamericana,
che saranno consegnati il 5 novembre a Las Vegas. Mercedes
Sosa ha conquistato diversi Latin Grammy sin dalla prima
edizione, nel 2000, e poi nel 2003 e nel 2006. Quest'anno
"Cantora 1" è candidato nelle categorie miglior album
dell'anno e miglior album folk.
(4
ottobre 2009)

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Non vogliamo essere solo un’ancora, ma un punto di partenza per una vita degna di essere vissuta nel migliore dei modi.