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Argentina |
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Bolivia
Morales minaccia di espellere l'Usaid
Quattro giorni prima l'inviato di Washington, Arturo Valenzuela,
si era incontrato a La Paz con il ministro degli Esteri
boliviano David Choquehuanca. Sembrava la premessa per un
riavvicinamento, dopo quasi due anni di tensione seguiti
all'espulsione dei rispettivi ambasciatori. Ma il pieno
ristabilimento dei rapporti diplomatici è ancora lontano: il 5
giugno, inaugurando il congresso dei cocaleros del
Chapare, Evo Morales ha definito una "provocazione" il
conferimento di un importante incarico nella principale agenzia
di cooperazione statunitense, la Usaid (United States Agency
for International Development), a Mark Feierstein, che fu
consigliere elettorale dell'ex presidente Sánchez de Lozada.
Morales si è anche lamentato per i finanziamenti concessi
dall'agenzia a ong legate all'opposizione di destra: se la Usaid
continua a lavorare in questo modo, ha detto, "non mi tremerà la
mano nel decidere di espellerla, perché abbiamo la nostra
dignità, siamo un paese sovrano e non permetteremo nessuna
ingerenza".
ARRESTI DOMICILIARI PER L'UOMO CHE CATTURO' IL CHE.
L'ex generale Gary Prado Salmón, che nel 1967 catturò il Che Guevara,
è finito agli arresti domiciliari su mandato della giudice Betty
Yañíquez: è accusato di legami con il gruppo terrorista diretto
dall'ungaro-boliviano Eduardo Rózsa Flores, morto nell'aprile
2009 in uno scontro con le forze di sicurezza. Le indagini su
Rózsa, che intendeva assassinare il presidente Morales e altri
esponenti del governo di La Paz, hanno portato alla luce
collegamenti con politici e imprenditori della zona di Santa
Cruz e con organizzazioni di estrema destra latinoamericane.
Oltre a Gary Prado, che negli anni Ottanta rimase paralizzato
per un colpo d'arma da fuoco durante un tentativo di golpe,
sono stati arrestati Ronald Castedo, ex dirigente della Cooperativa
Telefónica de Santa Cruz, e Juan Carlos Santiesteban, leader
dellaFalange Socialista Boliviana. (6/6/2010)
Nella foto: l'incontro a La Paz tra Arturo Valenzuela e il
ministro degli Esteri boliviano David Choquehuanca. |
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Mediazione di Lula sul nucleare iraniano
Avrebbe potuto essere una svolta nella questione del nucleare iraniano:
il 17 maggio a Teheran il presidente brasiliano Lula e il premier turco
Erdogan avevano convinto il governo di Ahmadinejad ad accettare
l'arricchimento dell'uranio all'estero. In precedenza Lula era passato
da Mosca, dove aveva ottenuto il sostegno del presidente Medvedev al suo
tentativo di mediazione. L'accordo ha suscitato però la reazione
stizzita degli Stati Uniti, che hanno subito rinnovato al Consiglio di
Sicurezza dell'Onu la richiesta di sanzioni all'Iran: una dimostrazione
del malumore della grande potenza di fronte alle iniziative di paesi
"minori". "E' come se Obama avesse perso il controllo della situazione e
Brasile e Turchia passassero a guidare il canale diplomatico", sostiene
l'analista statunitense Flynt Leverett, della New
America Foundation, su O
Globo del 19 maggio.
Brasilia non ha nascosto il suo malcontento per l'atteggiamento negativo
di Washington: "Ignorare l'accordo - afferma il ministro degli Esteri
Celso Amorim, sul quotidiano O
Estado de São Paulo del
19 maggio - significa disprezzare la ricerca di una soluzione pacifica e
negoziata" con Teheran. Ma anche se la mediazione di Lula è destinata
forse al fallimento, resta la realtà di una diplomazia che negli ultimi
mesi ha guadagnato consensi in Medio Oriente e ha dato vita a un'inedita
alleanza con la Turchia, confermando sempre più il suo respiro mondiale.
(19/5/2010)
Nella foto: il presidente Lula insieme ad Ahmadinejad ed Erdogan.

Colombia
Il
delfino di Uribe vince il primo round
I
sondaggi sulle presidenziali del 30 maggio si sono rivelati del tutto
sbagliati. Pronosticavano un testa a testa tra i due principali
candidati, il delfino di Uribe Juan Manuel Santos e il matematico di
origini lituane Antanas Mockus, del Partido
Verde: invece Santos si è piazzato al primo posto con il 46% dei
suffragi, contro il 21% del suo avversario. Un distacco che appare
incolmabile, anche se l'ultima parola verrà detta con il ballottaggio
del 20 giugno. Al terzo posto, a sorpresa, Germán Vargas Lleras, di Cambio
Radical (destra), con il
10%, seguito da vicino dal candidato del Polo
Democrático, Gustavo Petro (9%). Quasi scomparse le tradizionali
forze politiche colombiane, che dal 1850 al 2002 si erano alternate al
potere: conservatori e liberali hanno raccolto insieme solo il 10%. In
linea con il passato, invece, la forte astensione: più della metà degli
elettori ha disertato le urne.
All'indomani del voto sono iniziate le analisi: secondo lo stesso Mockus,
le inchieste hanno clamorosamente fallito perché hanno preso in esame
solo la realtà urbana, trascurando le campagne dove Santos gode di forti
consensi (e dove è più facile per i paramilitari esercitare pressioni e
minacce sui votanti). Il "fenomeno Mockus" è stato fittizio e mediatico,
ha detto dal canto suo la senatrice liberale Piedad Córdoba. E
l'esponente del Polo Carlos
Lozano ha attribuito il deludente risultato del candidato verde "alle
sue incoerenze". E' un fatto che la proposta politica di Mockus non si
discosta da quella di Santos se non per l'aspetto formale: fa appello
alla legalità e alla trasparenza, ma sostiene il libero mercato e il Tlc
con gli Stati Uniti e non si oppone alla concessione di basi alle truppe
Usa e alla politica di "sicurezza democratica" contro la guerriglia. E
proprio qui sta la contraddizione, spiega il politologo Fernando Giraldo
a Página/12: "Il
messaggio di Mockus è che gli piace la democrazia, ma che si può
civettare con l'autoritarismo. E' il lato paradossale della società
colombiana: Uribe ci risolve il problema delle Farc, allora gli
perdoniamo la corruzione, le uccisioni di sindacalisti, la parapolitica,
lo spionaggio alle ong, ai politici e alle organizzazioni per i diritti
umani".
Juan
Manuel Santos è stato l'esecutore più fedele della politica uribista:
quando era ministro della Difesa, l'esercito assassinò oltre duemila
giovani presentandoli poi come "guerriglieri caduti in combattimento" (i
cosiddetti "falsi positivi"). Nel 2008 Santos diresse il bombardamento
di un accampamento delle Farc in territorio ecuadoriano, un'azione che
portò alla rottura delle relazioni diplomatiche con Quito. E favorì le
intercettazioni illegali effettuate dai servizi segreti ai danni di
oppositori e di diplomatici stranieri. Sul suo risultato al primo turno
non ha influito neppure l'ultimo grosso scandalo che ha colpito la
famiglia Uribe: l'ex ufficiale di polizia Juan Carlos Meneses Quintero
ha accusato il fratello del capo dello Stato, Santiago, di aver creato
negli anni Novanta una struttura squadristica che si rese responsabile
di numerosi omicidi nel dipartimento di Antioquia. Lo stesso Alvaro
Uribe, allora senatore, avrebbe coperto queste attività criminose. La
testimonianza di Meneses Quintero è stata resa a Buenos Aires, davanti a
rappresentanti di organizzazioni internazionali per i diritti umani. Gli
squadroni della morte intanto continuano ad agire indisturbati: il 18
maggio Rogelio Martínez, esponente delMovimiento Nacional de Víctimas
de Crímenes de Estado, è stato assassinato nel dipartimento di Sucre
da un gruppo di uomini incappucciati e vestiti di nero. Martínez si
batteva per il ritorno di una cinquantina di famiglie costrette ad
abbandonare le loro case dalla violenza dei paramilitari. Cinque giorni
dopo è stata la volta di Alexander Quintero, ucciso da ignoti killer a
Santander de Quilichao, nel dipartimento del Cauca. Quintero aveva
ricevuto minacce per la sua coraggiosa battaglia a favore delle vittime
del massacro dell'Alto Naya, dove nell'aprile del 2001 paramilitari
delle Auc, con il sostegno dell'esercito, provocarono la morte di oltre
cento persone e la scomparsa di altre sessanta. (31/5/2010)
Nella
foto: il candidato verde Antanas Mockus. Sull'argomento vi segnaliamo il
manifesto del
30 maggio e del 1° giugno.
Uribismo: quién gana y quién pierde
"El
narcotráfico nos ha costado mucho"
"Uribe
y Santos saben que entre ganar o perder está la diferencia de ser libres
o ir presos"

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Uruguay |
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Haiti |
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Le piogge aggravano la situazione La stagione delle piogge era attesa per fine febbraio, ma è giunta in anticipo complicando ulteriormente le già drammatiche condizioni di vita dei senzatetto. All'alba dell'11 febbraio è caduto il primo acquazzone, preannunciando quella che sarà la situazione nelle prossime settimane: torrenti di fango e di rifiuti che scorrono nelle strade minacciando un'emergenza sanitaria. Al termine della pioggia, migliaia di persone si sono radunate di fronte al Palazzo Nazionale per lanciare grida ostili contro il presidente Préval, accusato di inefficienza. Cercando di rispondere alla protesta montante, René Préval ha presieduto il giorno dopo, 12 febbraio, una delle tante cerimonie previste a un mese dalla catastrofe. Vestito di bianco come gran parte delle centinaia di migliaia di persone che affollavano il Campo di Marte, si è sforzato di infondere coraggio: "Haiti non morirà, Haiti non deve morire", ha detto. Ma per gli abitanti sarà difficile dimenticare il lungo silenzio del capo dello Stato dopo il sisma. L'ultimo bilancio del terremoto è già arrivato all'agghiacciante cifra di 230.000 morti e 300.000 feriti. A Quito il vertice straordinario dell'Unasur ha deciso di creare un fondo comune di cento milioni di dollari per finanziare opere di ricostruzione e di chiedere al Banco Interamericano de Desarrollo un prestito fino a duecento milioni di dollari, pagabile a lungo termine e con interesse minimo, garantito dalla stessa Unasur. Fidel Castro ha annunciato che più di mille medici e studenti degli ultimi anni, provenienti dall'America Latina e preparati a Cuba, e decine di ospedali da campo donati dal Venezuela sono a disposizione delle nazioni che vogliano cooperare con Haiti. Ma accanto a chi esprime solidarietà c'è chi specula sulla distruzione e la morte. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha sospeso l'invio di farmaci ad alcune cliniche private e organizzazioni non governative: a quanto si è appreso, facevano pagare ai pazienti quelle stesse medicine ricevute gratuitamente. E a Pétionville, sobborgo di Port-au-Prince, centinaia di manifestanti hanno accusato l'amministratrice locale Lydie Parent di corruzione e accaparramento di alimenti. Intanto gli Stati Uniti hanno chiarito, una volta di più, la loro intenzione di non andarsene tanto presto. "Resteremo ad Haiti fino a quando saremo necessari", ha affermato il 6 febbraio il colonnello Gregory Kane, a capo del contingente di 20.000 uomini inviato da Washington. Parole destinate a confermare le preoccupazioni di quei paesi, dalla Bolivia al Venezuela, dall'Ecuador al Nicaragua, che parlano di occupazione mascherata da soccorso umanitario. Sull'argomento è intervenuto il 16 febbraio il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim: "Una volta terminati i lavori d'emergenza - ha detto - la cosa migliore è che rimangano solo le forze dell'Onu". E ha aggiunto che "la sfida è quella di dare una grossa mano, senza però intervenire". La massiccia presenza nordamericana non piace probabilmente neppure a Parigi. Nicolas Sarkozy, giunto a Port-au-Prince il 17 febbraio per una breve visita, la prima di un presidente francese alla ex colonia, ha preannunciato aiuti per 326 milioni di euro (somma che comprende l'annullamento del debito di 56 milioni), ha promesso che "la Francia sarà all'altezza delle sue responsabilità, della sua storia condivisa e della sua amicizia con Haiti" e ha poi sottolineato che tocca "agli haitiani definire per primi un vero progetto nazionale" dopo la tragedia. (17/2/2010)
Nella
foto: una dottoressa cubana |
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Messico |
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Sequestrato esponente del partito di governo In un paese pur abituato da anni agli omicidi e alla violenza, il sequestro di Diego Fernández de Cevallos ha colpito fortemente l'opinione pubblica. Fernández de Cevallos, che nel 1994 fu candidato presidenziale per il Pan, è scomparso la sera del 14 maggio nei pressi della sua casa di campagna, nello Stato del Queretaro. Una settimana dopo una sua foto è stata diffusa da Milenio Tv, che l'avrebbe ricevuta da una e-mail anonima: il rapito appare privo di camicia e con gli occhi bendati. Sulla sua sparizione la Procura Generale ha deciso di interrompere le indagini, accettando una richiesta della famiglia che spera così di facilitare un contatto con i sequestratori. Sull'identità di questi ultimi non si sa nulla: si pensa alla criminalità organizzata, ma anche a faide interne al partito di governo. Diego Fernández è stato un personaggio di primo piano nella recente storia messicana: il suo intervento fu decisivo nel legittimare l'ascesa al potere nel 1988 di Carlos Salinas de Gortari, eletto presidente solo grazie ai brogli ai danni dell'avversario Cuauhtémoc Cárdenas. Dopo il voto, Fernández si batté per impedire il ricontrollo delle schede e perché tutta la documentazione venisse distrutta, così da far sparire ogni traccia. Ripeté il copione nel 2006, nelle consultazioni che videro la contestata vittoria di Felipe Calderón. La scomparsa di Fernández de Cevallos ha coinciso con l'assassinio di José Mario Guajardo, candidato del Pan alla carica di sindaco di Valle Hermoso, nel settentrionale Stato di Tamaulipas. Guajardo, che aveva ricevuto minacce dal narcotraffico, è stato ucciso da due sicari insieme al figlio e all'autista. Anche nello Stato di Oaxaca continuano le violenze: dopo l'assalto del 27 aprile a una carovana umanitaria diretta a San Juan Copala, il 20 maggio quattro uomini armati hanno assassinato Timoteo Alejandro Ramírez, leader del Movimiento de Unificación y Lucha Triqui Independiente, e la moglie Cleriberta Castro. Il duplice omicidio - ha detto Jorge Albino Ortiz, della Commissione per i Diritti Umani di San Juan Copala - è un nuovo segnale dell'intenzione del governatore Ulises Ruiz di militarizzare la regione, per contrastare il progetto di autodeterminazione della comunità triqui. SCARSI RISULTATI DI CALDERON A WASHINGTON. La critica alla nuova legge dell'Arizona che criminalizza gli immigrati ha rappresentato il primo argomento affrontato da Felipe Calderón, ricevuto il 19 maggio alla Casa Bianca. Ma al di là di un generico appoggio verbale da parte di Obama contro simili provvedimenti discriminatori, Calderón non può certo sperare di ottenere quest'anno dagli Usa la tanto sospirata riforma migratoria. I punti su cui i due paesi hanno concordato sono un rafforzamento del Tlcan, il Tratado de Libre Comercio de América del Norte che non si può dire positivo per l'economia messicana, e il sostegno all'illegittimo regime honduregno: Washington e Città del Messico premeranno sulle altre nazioni del continente per ottenere il ritorno di Tegucigalpa in seno all'Oea. Nel contesto del suo viaggio negli Stati Uniti, Calderón ha reso omaggio al cimitero militare di Arlington. Una scelta fortemente criticata in patria: nessun presidente messicano aveva finora visitato questo luogo, dove sono sepolti anche i soldati statunitensi che parteciparono alle aggressioni contro il Messico, privandolo di metà del suo territorio. (22/5/2010) Nella foto: Diego Fernández de Cevallos, il politico sequestrato. Sull'argomento vi segnaliamo il manifesto del 23 maggio. |
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Colombia |
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Paramilitari, violenza senza fine La Macarena è un piccolo centro a duecento chilometri da Bogotá. Qui è stata rinvenuta l'anno scorso la fossa comune più grande del paese: conteneva circa duemila cadaveri. Tra questi corpi senza nome potrebbero esserci i tanti dirigenti sociali e comunitari della zona, spariti senza lasciare traccia (sono 25.000, secondo alcuni calcoli, i desaparecidos in Colombia). Sepolture analoghe, con resti di adulti e bambini, sono venute alla luce nel dipartimento meridionale di Putumayo e in quello centrale di Antioquia. Le scoperte si devono in parte alle dichiarazioni di ex paramilitari, che con le loro confessioni mirano a ottenere i benefici concessi dalla Ley de Justicia y Paz. Come riportato il 17 gennaio dal quotidiano El Tiempo, la Procura Generale stima in 150.000 il numero delle persone assassinate dai gruppi armati di estrema destra dagli anni Ottanta al 2006. Come è noto, dopo quella data la situazione non è migliorata: lo conferma il rapporto di Human Rights Watch presentato a Bogotá il 3 febbraio. "Tra il 2003 e il 2006 la Colombia promosse un processo di smobilitazione della violenta coalizione armata Auc - afferma il documento - Secondo il governo, il processo ebbe successo e da allora hanno affermato in diverse occasioni che non ci sono più paramilitari nel paese. Tuttavia poco dopo la smobilitazione sorsero in tutta la Colombia gruppi che presero il loro posto, continuando con l'attività criminale". Il rapporto, frutto di due anni di lavoro sul campo, descrive la partecipazione di queste nuove bande armate in massacri, omicidi, stupri ed estorsioni e la costante minaccia in cui vengono tenute le comunità sotto la loro influenza. Tra i bersagli della violenza soprattutto le popolazioni autoctone, che vedono minacciata la loro sopravvivenza fisica e culturale: lo ha detto recentemente il relatore speciale dell'Onu per i popoli indigeni, James Anaya. E il pericolo non proviene solo dai paramilitari: alla fine di gennaio un bombardamento dell'esercito nella zona di Alto Guayabal ha provocato il ferimento di quattro persone della comunità Embera Katio, tra cui un bambino di due anni.
ACCORDO TRA FARC ED ELN. Dopo un periodo di confronto armato che durava
dal 2005, l'Eln (Ejército de Liberación Nacional) e le Farc (Fuerzas
Armadas Revolucionarias de Colombia) hanno concordato un cessate il
fuoco. I due gruppi guerriglieri hanno stabilito di battersi insieme
contro l'eventualità di un terzo mandato presidenziale di Alvaro Uribe.
(3/2/2010) |
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Paraguay |
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Libero l'allevatore, in carcere dirigenti contadini Il gruppo armato Ejército del Pueblo Paraguayo (Epp) ha liberato il 18 gennaio l'allevatore Fidel Zavala, sequestrato oltre tre mesi prima, abbandonandolo nei pressi del dipartimento di Concepción. Per il rilascio è stato pagato un riscatto di 550.000 dollari; inoltre la settimana precedente i familiari avevano dovuto distribuire 12.000 chili di carne alla popolazione di un quartiere popolare della capitale e delle comunità indigene di Redención e Boquerón. Dopo la liberazione di Zavala, il presidente Lugo ha annunciato il rafforzamento dei contingenti militari e di polizia incaricati della caccia ai rapitori. Ma questo non è bastato all'opposizione, che accusa il governo di debolezza e addirittura di complicità con la guerriglia (l'esponente del Partido Colorado Luis Schupp è giunto ad affermare che parte del riscatto "è finita in mano a Lugo").
L'attività delle forze di sicurezza ha già portato in carcere nove
persone, tra cui Sindulfo Agüero, dirigente dell'Organización
Campesina del Norte, altri militanti dell'organizzazione contadina e
la funzionaria del Ministero dell'Agricoltura, Sonia Muñoz. L'avvocato
Juan Martenz, della Coordinadora de Derechos Humanos del Paraguay,
ha definito arbitrari gli arresti: si teme che il pretesto della lotta
ai guerriglieri nasconda il tentativo di reprimere la battaglia contro
il latifondo. Proprio un anno fa nel
dipartimento di Concepción era
stato assassinato Martín Ocampos Páez, direttore della radio comunitaria
Hugua Ñandu FM, che denunciava gli abusi delle autorità di
polizia al soldo dei grandi allevatori e dei narcos. Il delitto è
rimasto impunito. (21/1/2010 |
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Haiti |
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Ladri di bambini La polizia di frontiera ha arrestato dieci membri dell'organizzazione battista statunitense New Life Children’s Refuge che, a bordo di un autobus, tentavano di portare nella Repubblica Dominicana 33 piccoli haitiani (dai sette mesi ai 14 anni). Un vero e proprio rapimento: i bambini, sprovvisti di documenti, non erano orfani e i genitori li stavano cercando disperatamente. Laura Silsby, una delle responsabili dell'organizzazione, ha cercato di giustificare l'accaduto con la situazione caotica del governo haitiano, di fronte alla quale "volevamo fare semplicemente quello che ci sembrava giusto". E agli occhi di questi fondamentalisti era meglio far crescere i bimbi in un sano ambiente cristiano che lasciarli alle famiglie d'origine (magari di religione vudù). L'episodio ha rivelato un aspetto poco noto del dopo terremoto: Haiti trasformata in terra di missione. In seguito alla tragedia, scrive Kim Sengupta sul giornale inglese The Independent, sono arrivate le più svariate confessioni religiose: cristiani, ebrei, musulmani, perfino sikh, a portare aiuto, ma soprattutto a fare proseliti. Non poteva mancare Scientology, rappresentata dall'attore John Travolta atterrato con il suo jet privato. Un gruppo evangelico ha inviato ai terremotati 600 Bibbie elettroniche a energia solare e un altro ha raccomandato la purificazione attraverso il digiuno (come se gli haitiani non digiunassero già abbastanza). Del resto il telepredicatore statunitense Pat Robertson, all'indomani del sisma, aveva parlato di punizione divina contro gli abitanti, colpevoli di aver stretto un patto con il diavolo due secoli fa per ottenere la liberazione dai francesi.
I
dieci cittadini statunitensi detenuti saranno rinviati a giudizio per
"traffico di bambini, sequestro di minori e associazione a delinquere".
Non è ancora chiaro se verranno processati ad Haiti o in patria;
comunque le autorità consolari statunitensi si sono affrettate a fornir
loro ogni assistenza legale. Il fenomeno della tratta di minori, già
esistente prima del terremoto, si è intensificato in seguito: l'Unicef
ha denunciato il 22 gennaio la scomparsa di quindici bambini dagli
ospedali, avanzando il sospetto che siano stati portati all'estero.
(1/2/2010)
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